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La Firenze di Violet Trefusis

©Tiziana Masucci

"Non vedo l’ora di immergermi nelle strade di Firenze per decifrare ad uno ad uno i suoi odori confusi: pelle conciata, olio sfrigolante, formaggio stagionato urina, e caffé ."

Così annotava Violet Keppel (in seguito Trefusis).È la prima volta che visita la città ed è subito interessata a cogliere l’essenza di ciò che è più facile sentire che conoscere, o per dirla con John Keats, “heard melodies are sweet, but those unheard are sweeter ”.

Il suo sguardo non si sofferma sulla bellezza delle opere d’arte, la scruta nei volti della gente comune. Crede di riconoscere in un portalettere i lineamenti di Bronzino; nei bambini l’armonia di Verrocchio.

Ha solo quattordici anni ed è già “cosmopolitan and exotic with a vivid intelligence” come la definisce Osbert Sitwell; ha scelto la Francia come patria di adozione, parla diverse lingue tra cui l’italiano, ha una vivace curiosità intellettuale e un infallibile quick eye. E soprattutto ha le idee chiare sul suo destino: “I came into the world to write novels”.
Essere nata a Londra nel 1894 in una famiglia aristocratica con una madre di grande personalità e di rinomata influenza quale era Alice Keppel farebbe presupporre per la giovane Violet un percorso naturale nella dorata High Society britannica; invece, poco più che ventenne prende con coraggio le distanze dal mondo che la madre rappresenta. “Voglio schiaffeggiare le Convenzioni” tuona contro quella società troppo ossessionata a to keep up appearances. Si sente una “zingara in un mondo di gentaglia perbene” e si trasferisce a Parigi.
Nel giro di pochi anni diventa Madame Violette Trèfusis:“anglaise de naissance, française de coeur ”. A Parigi frequenta gli intellettuali della Académie Française, il salotto eclettico della Principessa di Polignac e, nel secondo dopoguerra, è parte integrante del gratin francese. Plon e Gallimard sono gli editori dei quattro romanzi che scrive in francese; cinque sono quelli che, invece, scrive in inglese e che vengono pubblicati in America e in Inghilterra.

Su suggerimento di Marcel Proust acquista una torre medievale a Saint Loup de Naud nell’ Ile de France a cui lo scrittore si è ispirato nella À la recherche du temps perdu e la trasforma in un punto di riferimento internazionale.

Quando Parigi viene occupata dai nazisti, ritorna a Londra e collabora con la rivista Horizon di Cyril Connolly; e lavora a Ici Radio Londres per il governo De Gaulle. Nel 1950 le viene conferita la Lègion d’Honneur e nel 1953 la Medaille d’argent de la Ville de Paris.
Con la Francia, dunque, è un amore corrisposto e consolidato ma non è da meno quello con l’Italia che nel 1960 le riconosce l’onorificenza di Commendatore della Repubblica: “per la sua attività di scrittrice e per l’attaccamento dimostrato al nostro Paese”.
L’attaccamento è soprattutto a Firenze poiché Violet Trefusis ha vissuto a Villa dell’ Ombrellino a Bellosguardo. La stessa villa dove Galileo Galilei aveva scritto Dialogo sopra i due massimi sistemi e dove Ugo Foscolo aveva composto Le Grazie. Clara Schumann e Florence Nightingale avevano passeggiato lungo quei viali puntellati di cipressi nell’immenso giardino che, solo con l’intervento successivo di Cecil Pinsent voluto da Alice Keppel che acquista la villa nel 1915, diventa un trionfo di “ordre et beauté, luxe, calme et volupté ”.

Villa dell’Ombrellino, non è solo una “plaga privilegiata” per illustri soggiorni al pari delle altre ville sulle colline fiorentine, per oltre cinquanta anni fino al 1972, anno della scomparsa della scrittrice, è una meta internazionale di scambi culturali, un crogiuolo di lingue dove le differenze sono considerate un arricchimento, mai una complicazione.

Oltre alle bellissime terrazze infiorate di iris, gardenie e bouganville, dove anche Winston Churchill si cimenta nell’arte pittorica, il vero fiore all’occhiello della villa è la vista di Firenze tra le più spettacolari. Quella vista rispecchia, simbolicamente lo sguardo panoramico che la scrittrice ha della città.
“The Dome of the Cathedral, the Battistero, the predatory hawklike silhouette of the Palazzo Vecchio,the sprawled beautifully composed town which hung back from the Arno’s nonchalant escape into the greenest of pastoral landscapes. Everywhere, the punctuation of cypresses, with here and there a stab of purple bougainvillea, gave the right value to a church and campanile”.

Una visione aperta rispetto a quella circoscritta a cui ci hanno abituati alcuni scrittori britannici. ”Florence is my chimney-corner ” scriveva Elizabeth Barrett Browning.
Nel 1921 mentre Violet Trefusis soggiorna con la madre a Villa dell’Imperialino fa una considerazione che risulterebbe blasfema alle orecchie di una Elizabeth Barrett Browning o di una Vernon Lee: “Oh, those smug little hills dotted over with villas !”. Le smug little hills sono le stesse che hanno fatto sospirare ad Anatole France: “Le dieu qui fit les collines de Florence ètait artiste”.
Credo che Violet Trefusis sia stata una delle poche inglesi a osservare Firenze senza riversare su di essa il tipico “stordimento estetico”.

Il bello sguardo di Violet Trefusis non è quello degli infatuated aliens perché non si è mai sentita una alien. Immersa com’ era nella dimensione locale. A frequentare la sua villasono stati anche gli aristocratici fiorentini: Bibi Gondi, Franca Visconti, i Fioravanti, i Pucci, i Franchetti, i Capponi, i Ricasoli, gli Antinori, i Ruccellai; ed i notabili della città: Piero Bargellini, Pietro Annigoni, Roberto Papi, i Cantagalli, Carlo Placci…

È evidente che a Firenze non sia stata una guest ma una hostess che si è legata alla città con umiltà. I numerosi residenti stranieri, pur esprimendo la loro riconoscenza a Firenze, hanno giudicato gli italiani distratti e ignoranti, inconsapevoli dei tesori che possiedono. Una considerazione che potrebbe anche rispondere al vero, ma la ragione principale che determina tale atteggiamento ipercritico ce la suggerisce D.H. Lawrence: “Gli inglesi hanno l’aria di appartenere ad una razza superiore”.
Questa è la linea di demarcazione tra la colonia inglese di Firenze e Violet Trefusis che dichiara: “Mi piacciono i fiorentini per mille ragioni: l’intransigenza, il rispetto di certe tradizioni, il sarcasmo, il piacere della vita e la abilità che hanno nell’artigianato”.
Le risulta semplice entrare in sintonia con Firenze perché condivide con i fiorentini la propensione alla goliardia e al sarcasmo. Non può che essere l’ironia la chiave di lettura della trasposizione letteraria della Firenze di Violet Trefusis nel suo romanzo Pirates at play ovvero I Papagalli sull’Arno come ho scelto di tradurre il titolo.

Scarica il PDF de " I pappagalli sull'arno"Il romanzo racconta della bella e aristocratica Elizabeth di Canterdown spedita dai suoi genitori a Firenze per imparare l’italiano. Ad ospitarla saranno i Papagalli il cui capofamiglia, Amadeo è il dentista personale del Papa. Per tale privilegio ha ricevuto il titolo di “conte papale” che sia Artemisia che i figli bellissimi: Leone, Ugo, Mario, Guido e l’ambiziosa nonché affascinante Vica ostentano con orgoglio. L’unico a non curarsene è Rigo, il fratello nano e forse gobbo, l’artista di casa che trascorre il tempo a cantare le rime di Lorenzo il Magnifico e a suonare la chitarra nella buca del suo amico Beppino. L’arrivo della giovane inglese sconvolge la dorata routine dei Papagalli e li catapulta in quell’ ambiente nobile fiorentino in cui si muove la bizzarra Principessa Arrivamale che vive in un meraviglioso palazzo su Lungarno (Palazzo Serristori) con Miss Walker, la sua governante inglese e snob. La Principessa ordisce le trame più audaci per il futuro sentimentale del nipote, Gian Galeazzo de’ Pardi, scapolo d’oro della città.
In una girandola di colpi di scena, fughe in Inghilterra e ritorni a Firenze la cultura anglosassone si confronta con quella italiana attraverso un brillante gioco che la scrittrice ingaggia con il lettore. Presenta e smonta gli stereotipi che si rivelano, in fondo, la rappresentazione del sé e delle proprie idiosincrasie agli occhi dell’altro.Siamo inclini a supporre che lo stretto legame tra gli inglesi e Firenze abbia creato nel tempo una naturale e approfondita conoscenza reciproca ma ne I Papagalli sull’Arno la autrice insinua il dubbio. Basta, infatti, scambiare i luoghi di provenienza dei personaggi per dimostrare come il reciproco contatto non oltrepassi la pacifica e cordiale convivenza.
Dunque tutto quello che i Papagalli credevano di sapere si rivela un castello di carta costruito sulle acque dell’Arno, non su quelle del Tamigi.

Possibile che tra fiorentini ed inglesi ci siano solo differenze? Il sorriso di Violet Trefusis si allarga in un’espressione rassicurante. Non disperate! Un punto in comune esiste: lo snobismo. La Principessa Arrivamale ne fornisce una spiegazione impeccabile:

Quando la gente smetterà di salvare le apparenze e

quando gli altri smetteranno di fingere di crederci,

sarà la fine della Società.

E Firenze? Firenze conserva la sua essenza, un po’ ripiegata su se stessa, distesa lungo il fiume, sorniona e pronta a colpire perfino in quei sorrisi accennati da cui trapela un’indulgente sfumatura beffarda.
La Firenze di Violet Trefusis, quella del romanzo, è così sincera da avere quasi un after life nella realtà quotidiana.Proviamo ad affacciarci dal ponte Santa Trinita e vedremo Leone allenarsi in canoa. In qualche buca ci sembrerà di sentire Rigo strimpellare la sua chitarra. A via Maggio avremo l’impressione di riconoscere Miss Walker che trotterella, con ombrellino alla mano e cappellino a tre quarti, verso la chiesa di Saint Mark. Confusi tra i turisti su Ponte Vecchio Vica e Guido intenti a curiosare nelle vetrine dei gioiellieri. Ci sorprenderemo ad ammirare le colline di Bellosguardo mentre la spider di Gian Galeazzo sfreccia lungo i tornanti.
Meno spensierato ma degno di nota è stato l’impegno concreto di Violet Trefusis per la vera Firenze. Nel corso delle mie ricerche ho rinvenuto nel suo testamento, il lascito di cinque milione di lire al Comune da devolvere ai poveri della città; di un milione alla Chiesa anglicana di Saint Mark e al Comune di Firenze di una statua di pietra greca detta “Il Fauno” che abbelliva la loggia di villa dell’Ombrellino.
Quando Ponte Santa Trinita con le statue delle Quattro Stagioni vennero ricostruite a causa dei bombardamenti nazisti, Violet Trefusis sovvenzionò il recupero della testa della Primavera di Francavilla che altrimenti sarebbe rimasta decapitata.
Il suo intervento è decisivo anche nel gemellaggio tra Firenze ed Edimburgo (avvenuto il 12 ottobre 1966) che si celebrò con un ricevimento ufficiale a Villa dell’Ombrellino.
Poche settimane dopo, la atmosfera festosa viene inondata dalla catastrofica alluvione. Violet Trefusis si adopera per fornire aiuti economici. Lancia un appello internazionale elogiando l’operosità della città sommersa dal fango, il sostegno del console scozzese Christopher Pirey-Gordon e il coraggio del sindaco Piero Bargellini “half scholar, half condottiero”. È proprio per la stima reciproca tra lei e il sindaco che commissiona al maestro Pietro Annigoni il ritratto del primo cittadino di Firenze.

Nella dedica che l’artista appone sul quadro è racchiusa la natura del legame tra la scrittrice inglese cosmopolita e la città del Giglio:

A Violetta, amica di Firenze.

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